Dopo la delocalizzazione nei BRICS, rientrano le attività produttive

I tanti perché dell’Insourcing

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di Carlo Gorla –

Il termine Insourcing, il cui significato è ovviamente opposto a quello di Outsourcing di uso più comune, indica l’internalizzazione di alcune attività, in particolare se ciò accade successivamente ad una precedente esternalizzazione delle stesse, come ad esempio  per il rientro di attività produttive dopo una fase di delocalizzazione geografica verso paesi emergenti. È un tema  attuale, soprattutto negli Stati Uniti, e il solo fatto che nomi quali Apple e GE (General Electric)  diano ampia visibilità ad alcune scelte operate in tale direzione  è un valido motivo per un approfondimento, indipendentemente da quelle che siano le effettive proporzioni del fenomeno.

È  così che mi sono imbattuto nella storia di GeoSpring, “hybrid water heater” della GE, un boiler per l’acqua calda ad alta efficienza, grazie all’inclusione di una pompa di calore che recupera il calore dal terreno, “proudly assembled in Louisville, Kentucky”, come ben evidenziato nel sito internet del produttore e indicato come “quello tornato a casa dalla Cina” nell’articolo di Charles Fishman, “the boom of insourcing”, che presenta un’analisi approfondita del caso.

L’analisi parte dalla storia degli stabilimenti GE  Appliance Park, a Louisville per l’appunto, costruiti negli anni 50, che, dopo aver raggiunto l’apice  negli anni 70 con 23.000 lavoratori, hanno iniziato un inesorabile declino, passato attraverso le lotte sindacali degli anni 90, culminato, nel 2011, con il minimo storico a meno di un decimo di dipendenti  rispetto al picco, dopo alcuni tentativi di alienazione senza successo da parte della proprietà.

Poi, all’improvviso, nel 2012, l’inversione di tendenza, non  spiegabile solamente come conseguenza della grande recessione, grazie ad una nuova linea di produzione di bollitori, che precedentemente erano costruiti in Cina, anche se progettati negli Stati Uniti.

Tante le spiegazioni, a partire da quelle economiche e sociali, quali l’aumento del prezzo del greggio e conseguentemente dei costi di trasporto per nave, il boom del gas naturale americano, che ha ridotto i costi dell’energia negli Stati Uniti a beneficio delle produzioni ad alta intensità energetica, l’aumento dei salari cinesi, il mutato atteggiamento del sindacato, che invece negli anni 80 aveva fatto conquistare ad Appliance Park  il soprannome di “Strike City”, città dello sciopero, l’incremento della produttività negli stabilimenti americani, solo per citare le più importanti.

Ma anche una motivazione più tecnica: dopo decadi di produzione in paesi lontani, i progettisti avevano perso la consapevolezza di come fossero costruiti nella pratica i bollitori. Sebbene tutto (o quasi..) si possa fare in modo virtuale, solamente quando è stato rinchiuso in una stanza, la “big room”, assieme al prodotto, il team istituito per il progetto della nuova linea di produzione, composto da ingegneri progettisti e di produzione, lavoratori, personale vendite e marketing, si è reso conto che il bollitore era un disastro dal punto di vista della costruzione e dell’assemblaggio. Che le saldature necessarie a realizzare il groviglio di tubi di rame erano a malapena eseguibili, aspetto che non era mai emerso solamente per il basso costo della manodopera che le realizzava. In breve era di riprogettare!  Detto fatto. Risultato: ridotto di un quinto il numero di pezzi, da dieci a due ore il tempo di assemblaggio e, infine, il prezzo di vendita passato a 1.299 $ contro i 1.599 originari di quello made in Cina.

Conclusione: quando, pur conservando il progetto e l’ingegnerizzazione, la produzione, esternalizzata, diviene un black box, lentamente negli anni, ma inesorabilmente, se ne perde il controllo e alla fine il rischio è che l’intero business venga……esternalizzato.

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